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venerdì 19 dicembre 2014

Vitalogy, il mio testamento dei Pearl Jam

testo ricopiato e (sx) la copertina di Vitalogy (Pearl Jam)
Consapevolezza, verità e cicatrici. Nella notte del 23 dicembre 1994 ascoltai per la prima volta Vitalogy, il terzo album della rock band americana Pearl Jam.

di Luca Ferrari

Precipitare, si. Perché non rimaneva altro da fare. È così che doveva essere. Sentendo gli spigoli di qualsiasi domanda togliere la vita a tutte quelle maschere capaci di rendere ogni porta una voce taciuta e vigliaccamente abbandonata. Non più. Non sarebbe più accaduto. Il passeggero chiedeva continuità. C'erano stati prima In Utero e l'Unplugged postumo dei Nirvana. Adesso era il momento di una nuova e definitiva rottura. Di tutto. Con tutto. Adesso era il momento di scrivere un impensabile presente. Da quel giorno iniziai ad ascoltare Vitalogy (1994), il terzo album dei Pearl Jam.

Erano entrati nella mia vita. Non da molto, ma stavano già facendo breccia e parecchio.  Più che Once o Alive,  le canzoni Jeremy, Garden e Black erano sempre più presenti nei mix di cassette dominate all'epoca da Nirvana, Iron Maiden e Guns ‘n’ Roses. Adesso era arrivato il momento di comperarsi “in quasi diretta” il loro nuovo album. Il terzo, Vitalogy (1994). Il primo dell'era post-Cobain e con Seattle già nello specchietto retrovisore dei trend giovanili orientati verso il Brit pop.

Faceva freddo ed io arrivai in campo S. Barnaba per il mio primo acquisto “PearlJammiano” in cd. Passato rapidamente da compact a cassetta, iniziai l'ascolto. Non ci capii nulla. Dovetti riascoltarlo. La notte intanto si avvicinava. I sogni furono esiliati. La minaccia di muri o palizzate venne immediatamente spazzata via con la furia di un addio senza nome. Il sonno fu dolorosamente inumidito da un'ondata di carta già troppo a suo agio con l'oscurità. Vomitare tutta la verità, non mi restava altro da fare. Ma per quanto sarei potuto andare avanti così? Non avrei immaginato di poterlo (saper) fare così a lungo.

Eccomi, sono solo. In compagnia di una premonizione su memoria che rimarrà stampata dentro. La strada ormai l'ho abbandonata. Sono alla deriva cibandomi del sale ingurgitato. Non ho pensieri di alcuna fede. Mi restano maledizioni. Non ho nulla a che vedere con qualsiasi forma di destino. Sto solo finalmente prendendo confidenza con le mie cicatrici. Ecco si, stavo finalmente prendendo confidenza con le mie cicatrici.

Non ero  mai stato a mio agio con i fiori dei giardini e annesse recinzioni. Adesso, banalmente, avrò per tutti una ragione per avvicinarmici senza epidermide né scarpe . Le grinfie dell'obbedienza mi avevano rallentato il cammino. L’aborto di certe emozioni aveva lasciato le mie mani a recidere-ridere-regredire dalla schiavitù. L'abito del proprio sangue non lacrima mai senza prima essere sbocciato. Non ha importanza se oggi dormirò con la coperta. Domani comunque ne dovrò fare a meno.

Altari disertati. Colorazioni scambiate per supporti alla nostalgia. Anche se avessi voluto capire per cosa ero nato, adesso non avrei più potuto sedermi. E tutti ancora a guardare dall'altra parte. E tutti ancora a fingere di somigliarsi l'un l'altro/a. Mi sono appena arreso e voi avete tutti vinto, ma com'è che non riuscite più a rinfacciarmelo? Ho ancora un po' di tempo per ambire alla vicinanza di qualcuno o forse passerò in rassegna le foto del soffitto fino a lasciarmi attraversare dagli stessi vestiti dell'oggi.

Sono le 23.20 quando esangue arrivo a Immortality. A casa c'è silenzio. Tutti dormono. Nessun rumore più. Nessun domani da camminatore autorizzato. Tutto è dentro e lì ci resterà. Le ruote invisibili nascoste dietro le stelle avanzano ancora per qualche minuto nell’idea irrealistico-amichevole di piccoli orli salvifici. Il fango è incredulo, e per vedere scarabocchi bruciacchiati senza più tenaglie ci sarà ancora aspettare. Ma attendere cosa? Se avessi voluto dire al mondo qualcosa, adesso sarebbe troppo tardi per tirarsi indietro.

Whipping (Vitalogy - Pearl Jam)

il booklet di Vitalogy (Pearl Jam)
parte di Vitalogy ricopiato a penna
il booklet di Vitalogy (Pearl Jam)

domenica 23 novembre 2014

Metallica, dolorosamente sentimentale

James Hetfield, cantante-chitarrista dei Metallica
Schizza ammutolito l'inchiostro in una decadente notte di natale, inspirando lo scivoloso baluardo dei Metallica. A quel tempo era tutto ancora poeticamente troppo difficile.

di Luca Ferrari

La maglietta di Ride the Lightning comprata al mercatino di Bologna. L’intero cd di …And Justice For All ascoltato in stereo in giardino. Il concerto di San Diego condiviso in vhs con due amici. Il vagabondare solitario insieme a Mama said. La rabbia umana post Turn the Page. Le lacrime immediate sulle lyrics di Fade to Black lette in treno regionale Venezia-Padova con una signora che mi guardò allibita. La ricerca libertina in Wherever I May Roam. Ricordo dopo ricordo, è un’emersione veloce. Incessante. Reminiscenze conficcate nella musica dei Metallica. C’è qualcosa di più.

Anno 1995. Una vita (quella personale) era violentemente cambiata. Un amico si era da poco trasferito a Londra e ora era tornato per la prima volta dall’Inghilterra, arrivando direttamente dal Monsters of Rock con ancora indosso la t-shirt nera comprata al Donington Park, sede del festival i cui headliner quell'anno erano proprio i quattro di Frisco. Fu l’inizio vero. Dirompente. Memorabile. Il suo racconto mi spalancò le porte della loro musica.

Il presente intanto era cambiato in modo sempre più tetro. Dentro di me non c’era più posto per l’infanzia e le sue docili certezze (o presunte tali). Alla vigilia di natale, subito dopo mezzanotte, MTV parte con lo speciale sul Monster of Rock di pochi mesi prima. Vedo per la prima volta i Four Horsemen più o meno in diretta. James Hetfield non ha la solita chioma ma una lunga coda biondastra con i fianchi della testa rasati. Jason Newsted ha i capelli corti. Vanessa Warwick intervista Lars Ulrich. Dei tre spezzoni di canzoni mostrate ricordo con esattezza Harvester of Sorrow.

Resto ancora alzato, lontano dalla mia famiglia. Lontano da tutto. A distanza di non-sicurezza da qualsiasi affogante sentimento. Guardo quell’Inghilterra così lontana dai miei fragili 19 anni. Mi addormento senza alcuna fiducia nei sogni con ancora indosso un’adrenalina figlia di pochi minuti “metallicanti”, unico momentaneo baluardo contro un vuoto disarmante. Stringo il walkman. Non c'è la neve. È la notte di natale? Non più. Mi sento davvero solo nel mondo. È tutto troppo profondo. È tutto troppo dolorosamente sentimentale.

Harvester of Sorrow, live Metallica - Donington '95

un vecchio poster dei Metallica, da sx: James Hetfield, Jason Newsted e Kirk Hammet
...ascoltando i Metallica in solitudine sotto la pioggia davanti al mare d'autunno

venerdì 22 agosto 2014

Neil Young e il concerto mancato

il rocker canadese Neil Young
Da quasi vent'anni ascolto il rocker canadese Neil Young ma ancora oggi non sono riuscito ad assistere a un suo concerto dal vivo.

di Luca Ferrari

Viandante blues delle sette note. Poeta solitario dall'ispirazione sociale. Voce melodico-gracchiante. Chitarra distorta. Acustica. Classica. Elettrica. Neil Young, canadese classe '45 di Toronto. Scorpione di novembre. Ancora in giro per il mondo a suonare. Infaticabile armonica in locomozione d'alba. Neil Young, il rocker dalle generazioni infinite. Neil Young, l'ultimo dei grandi musicisti che sto ancora aspettando di vedere dal vivo.

Era l'estate del 1995 quando in un esausto luglio senza futuro feci la sua conoscenza. Su quell'unica rivista musicale che allora degnassi della mia lettura, Hard!, venne recensito l'album Mirror Ball. Un disco questo cantato e suonato dal musicista canadese insieme a una band che da un anno esatto avevo cominciato ad ascoltare con una certa intensità, i Pearl Jam. Per i miei allora ingenui diciannove anni fu naturale dirmi: “Ehi, se – questo tizio – suona con i PJ, deve essere un grande”. Così mi comprai l'album ed fu l'inizio di questa storia.

Passano pochi mesi e nei mix di cassette che realizzo con cadenza stagionale o meno, la presenza di Young guadagna sempre più minuti. Nel 1996 scopro due dei suoi album solisti, Harvest (1972) e Harvest Moon (1992). È  infatuazione totale. Pochi mesi dopo mi compro appena uscito Broken Arrow (1996), suonato con i Crazy Horse. Atmosfera solitaria e poetica. Fin dal primo ascolto sembra di viaggiare a cavallo verso l'ignoto insieme ai nativi americani. Non cerco altro. Scrivere per conto mio con qualche minimo bagliore nell'oscurità. La chitarra di Neil è tutto questo, ed è insieme a me. Il 12 novembre 1996 sono a Roma per la prima volta ad assistere a un concerto dei Pearl Jam dal vivo. La band chiude lo show con la “neilyounghiana” Rockin' in a Free World.

Nuovo poderoso sussulto nel febbraio 1997 quando con minime conoscenze cinematografiche mi avvio in solitaria a vedere Dead man, di Jim Jarmusch. Il nome del regista non mi dice nulla. Il fatto che ci sia Jonny “mani di forbice” Depp non è sinonimo di nulla. La sola ragione per cui m'immergo nell'atmosfera poetico-onirico della suddetta pellicola è lui, Neil Young. Tutta la colonna sonora infatti è affidata alla sua anima graffiante. Esco dalla proiezione quasi scioccato. A oggi, dopo migliaia di lungometraggi, cinema e festival consumati, Dead man è ancora uno dei migliori prodotti del grande schermo cui abbia mai prestato occhio e sentimenti.

Il tempo ormai è maturo per andare a un suo concerto e inizio a tenere d'occhio i suoi "spostamenti". In quello stesso anno pareva sarebbe venuto ma poi il tour venne annullato a causa di un incidente domestico. Passa qualche mese e la coppia Neil & Jim fa tappa a Venezia, alla Mostra del Cinema. A ridosso del mio primo viaggio a Londra, Jim Jarmusch presenta il documentario The Year of the Horse, in occasione del trentennale della carriera del musicista canadese. Interviste datate 1967 e live contemporanei insieme ai Crazy Horse. Una seconda scarica possente di adrenalina che culminerà nella capitale inglese con l'acquisto del doppio cd live dall'omonimo titolo del documentario.

Il 1998 è un anno a dir poco sfiancante. Solo nel dicembre qualcosa si rimargina e quando l'ultimo dell'anno mi avvio con poche briciole di speranza a celebrare una nuova era tra dubbi e ribellioni interiori, in un triplice acquisto musicale c'è anche lui, ancora insieme ai Crazy Horse, con l'album Ragged Glory (1990). Nell'iniziale "Country Home" ritrovo scarpe e strade.

Nel 2000 esce il mio primo libro di poesie, Il magazzino dei mondi (Edizioni Passaporto). Aldilà di quanto celato, vi sono solo due espliciti riferimenti musicali, primo dei quali al rocker canadese. Nella terza poesia, Tracce di raccolti psichedelici, scritta il 3 dicembre 1998 in treno: “Sogno ancora di cantare di fronte a delle pecore, le tue spalle diventeranno quattro… anzi sei… Potrei diventare un eroe, diventerei più famoso di Neil Young, ma il cielo… il cielo non mi concede nuvole per restare…e azzurro per crederti”.

Gli anni passano. Macino concerti (e nel frattempo anche articoli musicali), ma con lui ancora niente. Neil Young continua a produrre e suonare ma non ci si riesce proprio a incrociare. All'Heinken Jammin Festival veneziano del 2010 ritrovo i Pearl Jam e ancora una volta chiudono lo show con "Rockin' in a Free World". La stessa canzone poi sarà eseguita come penultima nel recente show triestino. Una piccola consolazione. Almeno in tre occasioni ho sentito una sua canzone. Però non mi basta.

Piccolo passo indietro. Nel 2012 varco l'oceano per andare a trovare degli amici a Seattle, a poca distanza dal Canada. Quella terra (sognata molto prima di incontrare la musica di NY) la raggiungo in autobus attraversando il confine. Il walkman ormai non ce l'ho più, sostituito da un blando mp3. Per quel viaggio Neil non può non essere con me. Gli ultimi sprazzi statunitensi sostituiti poi da quelli canadesi della British Columbia vengono salutati dalla sua musica. E la penna si sottomette criptica ma felice:

“connotati  in bianco e nero
da celebrazione anonima/ …vale un appunto, è 
così dannatamente facile ricordare/... gli spartiti
sono tornati in mano ai suonatori/,
le fermate senza una mappa
sono le strade che ho interrotto
con il racconto incappucciato
della mia storia/ … le facce segnate dalla solitudine
di un momento
non sono più state capaci
di usare le proprie mani
per fare le trecce al proprio albero di natale”

                                 (bus Seattle/Vancouver, listening Neil Young, 11.50, 28 Giugno ’12)

L'instancabile Neil continua a fare show ma mai con me davanti. L'attesa (maledizione) sembrava finita l'anno passato. Nell'estate 2013 a Lucca ero pronto per fare la sua conoscenza. La precarietà però mi sferra un micidiale montante. Perdo il lavoro due settimane prima del concerto e l'entusiasmo finisce sotto zero. No, non posso accettare di vederlo in questo stato. Tutto è già pesante. Rinunciare anche al suo live getta benzina su di un fuoco in un crescendo di perdita e totale abbandono.

Arriva il 2014. Un solo concerto di Neil coi Crazy Horse in Italia, a Barolo (Cn). Troppo lontano per il sottoscritto, per di più senza mezzi per arrivarci e troppi sodi per rendere il tutto possibile. Incasso un'altra delusione. Mentre l'indomani vedo il servizio in televisione inerente al suddetto show, penso tra me se mai ritornerà in Europa, promettendomi se necessario di andare questa volta anche all'estero. O chissà, meglio ancora, se mai dovessi io far ritorno in Canada, nella parte orientale questa volta, assistere a un live nella sua terra d'origine. Almeno una volta nella mia vita voglio provare l'emozione di ascoltare Neil Young e la sua musica dal vivo.

Downtown (Mirror ball), by Neil Young feat. Pearl Jam

il rocker canadese Neil Young
Neil Young ed Eddie Vedder (Pearl Jam)
HARD!, luglio 1995 - la recensione dell'album Mirror Ball
la locandina del film Dead Man, e Neil Young
il musicista Neil Young

martedì 15 luglio 2014

Elisa, e scopro cos'è l'anima

Elisa in concert © Zed Live
L'anima è avvisata, venerdì 25 luglio Elisa in concert alla VII edizione dell'Hydrogen Festival. Special guest, Francesco Renga.

di Luca Ferrari

“Un bacio è come il vento/ Quando arriva piano però muove tutto quanto/ E un'anima forte che sa stare sola/ Quando ti cerca è soltanto perché lei ti vuole ancora/ E se ti cerca è soltanto perché/ L'Anima osa/... È  lei che si perde/ Poi si ritrova”. Dalla profondità della sua anima rock-poetica, la cantautrice friulana Elisa è pronta per una nuova performance live in terra veneta.

Da Monfalcone ai palchi di tutta Italia, Europa e Nord America. Dagli esordi interamente in lingua anglosassone (Pipes and Flower, 1997), passando per la vittoria al Festival di San Remo nel 2001 con Luce (tramonti a nord-est), fino all'affermazione come una delle artiste più solide e genuine del panorama nazionale. Venerdì 25 luglio 2014, l'artista si esibirà presso l'Anfiteatro Camerini di Piazzola sul Brenta (Pd), evento di chiusura della settima edizione dell'Hydrogen Festival. Special guest della serata, l'ex-Timoria Francesco Renga.

Difficile ascoltare Elisa senza che la mano non prenda la via della penna, sferzata da piccole consonanti di prossima rivelazione... “Ascoltando un’amica, sapresti mai dire che cos’è un ponte di carbone?… Vale lo stesso per la corrente di un paio di pensieri appostati sul primo ramo di un albero?/... Qualcosa che oggi non avrei difficoltà a tradurre in un'emozione molto più personale e cadenzata" l.f

Oltre alle già note e celebri canzoni, per lo show dell'Hydrogen Festival sarà dato ampio spazio sonoro all'ultimo lavoro L'anima vola (2013, Sugar Music), primo disco con i testi tutti scritti in italiano. A partire da Heart (2006), Elisa ha sempre arricchito i propri album con collaborazioni a due voci e/o canzoni scritte appositamente per lei da altri artisti.

Non fa eccezione "L'anima vola" delle cui 11 tracce fanno parte E scopro cos'è la felicità, di e con Tiziano Ferro; A modo tuo, di Luciano Ligabue; una nuova versione di Ancora qui, la cui musica è stata composta dal maestro Ennio Morricone (canzone che fa parte della colonna sonora del film "Django Unchained", 2012, di Quentin Tarantino) e ultima track, Ecco che, le cui lyrics sono state scritte insieme al cantante dei Negramaro, Giuliano Sangiorgi.

Piazzola sul Brenta, venerdì 27 luglio. Elisa in concerto... “... Chine pensierose avvolgono lettere Picassiane/… Un solo dettaglio per capire come il tratteggio umano si possa materializzare tra arcobaleni febbricitanti e rustiche anticamere di stelle/... Pendii sempre e solo in punta di piedi/ Le convinzioni sono sopravvissute alla rivelazione più promettente…” l.f

L'anima vola, performance by Elisa

Elisa in concert © Zed Live
Elisa in concert © Zed Live
Francesco Renga ed Elisa in concerto © Zed Live
Elisa in concert © Zed Live
Elisa in concert © Zed Live

domenica 6 luglio 2014

State of Love and Pearl Jam

Trieste, il cantante Eddie Vedder (Pearl Jam) © Simone Di Luca
Da Seattle all'Italia. Quasi 3 ore di concerto davanti a un pubblico di oltre 30.000 persone. A Trieste i Pearl Jam hanno fatto furore.

di Luca Ferrari

“...E di queste strade passate senza indicazioni non mi so dare spiegazioni/... Quello in cui credevo è ancora un letto intatto con il contorno a carboncino di una casa dove  una solitaria e rumorosa comunicazione è una canzone del futuro inneggiante al presente...”. Il rock senza confini dei Pearl Jam è tornato in Italia. Venerdì 20 giugno a Milano, domenica 22 giugno a Trieste.

A quattro anni dall’ultima apparizione nel Belpaese, al Parco S. Giuliano di Mestre (Ve) in occasione dell’Heineken Jammin Festival, i Pearl Jam sono tornati in Italia per due tappe del primo tour europeo del loro 10 ° album in studio, Lightning Bolt (2013), facendo due trionfali show allo stadio milanese di San Siro e al Nereo Rocco del capoluogo friulano. Nessuna band di spalla. Solo i musicisti Eddie Vedder (chitarra/voce), Stone Gossard (chitarra), Jeff Ament (basso), Mike McCready (chitarra), Matt Cameron (batteria), e il tastierista Kenneth “Boom” Gaspar.

Trieste, 22 giugno 2014, è il giorno dei Pearl Jam. Internet rivela la scaletta delle date precedenti ma la band di Seattle si sa, non propone mai la stessa track list. Dopo una sonnolenta partita dei Mondiali trasmessa sul doppio maxi schermo e con nuvoloni sempre lì a provocare timori del sempre più numeroso pubblico che va via via riempendo lo stadio, quando non sono neanche le h. 21, la band prende posto sul palco.

“...è difficile sapere a cosa sto andando incontro/
a nessuno interessa il modo di disporre
sassi e cuscini… solo poche parole
mi sono venute in mente
senza aggiungere sottrazioni d’immaginazione/
Sto provando qualcosa di diverso
che non mi è mai appartenuto prima/... oggi
le dichiarazioni di dove sono stato
le potrò rivolgere a qualcuno”
                                                          l.f

A rompere il ghiaccio è la "Versussiana" Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town, seguita dalla meno celebre Low Light (Yield) e quindi la sorpresa Black. Una delle canzone più amate dai fan di tutte le latitudini. Direttamente dal primo album Ten (1991). È poi il momento della fresca Sirens e con essa ecco irrompere alle spalle della band la copertina dell'album Lighting Bolt che rimarrà poi fino a fine concerto.

Dal presente al  passato. Doppio Vs. consecutivo e Vitalogy con Why Go e Animal prima, seguite da Corduroy. Siparietto di Eddie a parte con classico brindisi rivolto ai presenti, la band non perde tempo. Suona e basta. Sfodera le possenti Getaway e Got Some, quindi la “ledzeppeliana” Given to fly, la poca cantata Leatherman (b-side del singolo Given to Fly), e la nuova e omonima dell'album, Lightining Bolt. Segue il primo singolo del suddetto album, Mind your Manners. Un rock possente erede (forse un po' troppo) della Sucker dei Motorhead

Dal più recente presente alle origini di Deep, quindi la toccante Come Back. È il momento di Even Flow. A chiudere la prima parte del concerto altre sei canzoni. Le più tranquille Down, Unthought Known, Infallible, quindi l'adrenalina lottatrice di Whipping, Do the Evolution e Rearview mirror. Una prima parte da “penotti” (lacrimoni) come si dice in dialetto veneto.

“Si ripresenta la sopravvivenza...
Non ho alcuna intenzione di frapporre
oscurità... La strada è già lunga
e la conclusione non pretende mai sequenze
di chiusura/...  per troppo tempo l’acqua
si prese il demerito di tutto quello
che poteva ancora ingigantire una minima
caduta/... l’addio a un passo/… il bisogno di restare
dove fossi per fermarmi/…  a dispetto dei piedi rocciosi
che intralciano la tua corsa,
è un costante battersi dentro il cuore"
                                                                        l.f

Dopo una breve pausa iniziano le due sessioni di bis, Encore 1 ed Encore 2, rispettivamente di sette e cinque canzoni. Apre la poco conosciuta Let Me Sleep, segue Crown of Thorns, cover dei Mother Love Bone, la band di Stone e Jeff pre-Pearl Jam. È il turno della sempre commovente e dolorosa Jeremy, quindi State of Love and Trust, Wasted Reprise, Life Wasted e Porch. Nella lunga parte strumentale niente stage diving cone agli inizi per Eddie. Oggi il cantante originario di San Diego ha una moglie, due figlie e il prossimo 23 dicembre spegnerà 50 candeline.

“… Avevo appena iniziato un viaggio
senza sapere da che parte guardare
rispetto alle ombre del futuro/... Annullato
ogni riferimento di sguardi ravvicinati,
tutto doveva continuare
a essere inghiottito… Non feci nulla
per impedire che tutto ciò avvenisse, poi un giorno
decisi di dare una forma
al sangue spiaccicato sul vetro
più “promislandianamente” ravvicinato...
Non provai nemmeno a prendere fiato… Mi  girai
dall’altra parte
e oggi guardo davanti a me, potendo
prenderle la mano”                                                                                                        
                                     l.f

Ultimo break prima della cavalcata finale con in sequenza Once, Alive, Rockin’ in a Free World (cover di Neil Young) e Yellow Ledbetter... “È  stato come se le note si dovessero ancora presentare/... È  stato
come se tra le nuvole troppo ingombranti
ci fosse spazio per qualcosa
cui non si poteva né guadare
né lontanamente immaginare/… Poi semplicemente
qualcuno di più ha riconosciuto che l’amore 
di un antico ragazzo si è affacciato
sulla delicatezza della nostra storia ricongiunta”
                                                                                         l.f

Crown of Thorns, performance by Pearl Jam in Trieste

Trieste, il bassista Jeff Ament (Pearl Jam) © Simone Di Luca
Trieste, il batterista Matt Cameron (Pearl Jam) © Simone Di Luca
Trieste, il pubblico al concerto dei Pearl Jam © Simone Di Luca
Trieste, il cantante Eddie Vedder (Pearl Jam) © Simone Di Luca
Trieste, il chitarrista Mike McCready (Pearl Jam) © Simone Di Luca
Trieste, il pubblico al concerto dei Pearl Jam © Simone Di Luca
Trieste, il chitarrista Stone Gossard (Pearl Jam) © Simone Di Luca

mercoledì 18 giugno 2014

Trieste, spin the rock Pearl Jam

i Pearl Jam dal vivo
Venerdì 20 e domenica 22 giugno il Lightning Bolt European Tour dei Pearl Jam sbarca in Italia negli stadi di Milano e Trieste.

di Luca Ferrari

L'onda d'urto rock made in Seattle contagia anche il Nordest italiano. Nell'ultimo biennio le incursioni sonore si sono ripetute. Prima i Brad di Stone Gossard, poi i Mudhoney, ora i Pearl Jam e a brevissimo Alice in Chains (martedì 1 luglio al Rock in Roma) e i Soundgarden, mercoledì 2 luglio al Castello Scaligero di Villafranca (Vr).

Friuli Venezia Giulia nell’Olimpo delle grandi capitali europee della musica dal vivo. Trieste nel nome del rock impegnato. Dopo i live di Bruce Springsteen e Green Day, ora tocca ai Pearl Jam, una band capace di guardare diritta per la propria strada senza scendere a compromessi, consolidandosi sempre più come portabandiera di un rock vecchio stile dove a fare la musica è ancora l'essere umano e le corde.

Formatisi a Seattle nell'ormai lontano 1991, i Pearl Jam scendono in Italia per due esclusivi concerti negli stadi di Milano e Trieste: il 20 giugno a San Siro e domenica 22 giugno al Nereo Rocco, unico show di tutto il Nordest che richiamerà migliaia di fan da tutto Italia e non solo.

“Questo straordinario appuntamento musicale ci riempie di soddisfazione” ha commentato Sergio Bolzonello, Vice Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, “I grandi eventi musicali dal vivo rappresentano per la nostra Regione momenti di grande visibilità e promozione turistica del  territorio con significative ricadute per la nostra economia”.

Dello stesso avviso anche Roberto Cosolini, primo cittadino della città ospitante, che ha aggiunto: “Trieste conferma di essere entrata per la prima volta e in soli due anni nel circuito europeo dei grandi eventi musicali. Trentamila persone provenienti da tutta Italia e dall’Europa visiteranno e apprezzeranno la nostra città il prossimo 22 giugno che, tra l’altro, per una felice coincidenza cade di domenica. Daremo il meglio perché tutto sia perfetto così come avvenne nel 2012 con Springsteen. Vorrei infine ringraziare per la preziosa collaborazione la Regione e Turismo FVG. Un grazie anche a Loris Tramontin e Azalea Promotion che condividono con noi questa scommessa vincente”.

Questo primo grande appuntamento musicale del 2014 infatti ha visto una diretta e proficua sinergia tra più attori. L’organizzazione di Live Nation Italia e Azalea Promotion in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia, il Comune di Trieste e l’Agenzia TurismoFVG. Il concerto è inoltre inserito nella speciale promozione “Music&Live”, realizzata dall’Agenzia TurismoFVG, che permette a chi soggiorna in regione di ricevere il biglietto in omaggio (per informazioni, www.musicandlive.it).

Un viaggio sonoro quello dei Pearl Jam forgiato da anime inquiete, amicizia e passione viscerale per la musica. Dalla rabbia tardo-adolescenziale dei primi album Ten (1991) e Vs. (1993) con anticamera nella dolorosa poetica del side project Temple of the Dog (1991, con Chris Cornell e Matt Cameron dei Soundgarden), per poi arrivare a Vitalogy (1994), fine di un'epoca e della esasperata sovraesposizione mediatica.

Nel 1996 esce No code (1996) e l'influenza di Neil Young è palpabile. Due anni dopo tocca a Yield (1998) dove esplode la cavalcata anti-estinzione Do the Evolution, quindi Binaural (2000) e nuova dichiarazione al mondo della band con Riot act (2002). Da un apparente (e latente) stato di band del passato, i Pearl Jam diventano ancor più popolari degli esordi. A sancire tutto ciò, esibizioni live sempre più scarne di effetti ma umanamente trascinanti.

Al quintetto base, con l'ex-Soundgarden Matt Cameron ai tamburi in pianta stabile dal 1998, col terzo millennio si aggiunge il tastierista Kenneth "Boom" Gaspar. Gli “altri quattro” sono quelli degli esordi: i chitarristi Stone Gossard e Mike McCready, il cantante Eddie Vedder e il bassista Jeff Ament. Dopo l'omonimo album (2006) e Backspacer (2009), i Pearl Jam toccano doppia cifra in studio. È il momento di Lightining bolt (2013), dodici tracce per tramandare un passato maestro, continuare a vivere il presente e combattere per scrivere un futuro migliore.

Pearl Jam live a Milano a Trieste venerdì 20 e domenica 22 giugno 2014. Per ogni biglietto venduto la band destinerà 1,50 euro alla Vitalogy Foundation, ente no-profit che sostiene progetti dedicati alla salute pubblica, alla salvaguardia dell’ambiente, all’educazione e alla promozione artistica. 

“Canzoni sussurrate dentro il vento/ Inspirando perdono/ Come vibrazioni senza fine / Senti il sussurro del pianeta/ Ciò che è chiaro, lontano dal rumore/ Viene inghiottito per intero … /Potrei sentire il sole/ Posso vedere il suono/ Potrei mettermi proprio qui e annegare …/ Posso sentire la fretta/ Potrei cancellare le nuvole/ Potrei impostare la puntina, far girare [il disco] a volume alto/ Alto alto alto/ Alto alto alto” Swallowed Hole (Lightning Bolt, Pearl Jam).

Mind your Manners live, performance by Pearl Jam

Eddie Vedder, il cantante dei Pearl Jam con l'album Lightning Bolt
i Pearl Jam arrivano a Milano e Trieste

giovedì 29 maggio 2014

Alice in Metal(lica)

Alice in Chains - (da sx) Jerry Cantrell, Mike Inez, William DuVall e Sean Kinney
Il ringhiante sound degli Alice in Chains live martedì 1 luglio al festival Rock in Rome. Sulla stesso palco, gli headliner Metallica.

di Luca Ferrari

In pochi avrebbero immaginato che la band formatasi a Seattle verso la fine degli anni '80 (ed esplosa nei Nighties) avrebbe potuto continuare (alla grande) anche dopo la tragica morte del cantante Layne Staley (1967-2002). Nel 2007 è arrivato William DuVall e la magia degli Alice in Chains è ricominciata. Oggi sono pronti per una nuova tappa nel Belpaese al Rock in Roma, martedì 1 luglio a fianco dei Metallica.

Un lungo tour quello che attende la band formata dal chitarrista Jerry Cantrell, il bassista Mike Inizez, il già citato DuVall e il batterista Sean Kinney, tra Canada ed Europa con partecipazione a svariati festival, incluso per l'appunto l'appuntamento romano. Ed è inutile nasconderlo. Sarà un evento un po' più speciale, proprio in virtù della presenza dei 4 di Frisco, da sempre grandi ammiratori degli Alice in Chains.

Apprezzati fin dagli esordi per il loro stile più dark e metal rispetto ai colleghi di Seattle, quando gli AiC sorpresero il mondo con la malinconica elegia del concerto Unplugged, in quella che fu l'ultima esibizione di un ormai spento Layne, tra il pubblico c'erano proprio loro, i Metallica.

Se la performance romana degli Alice in Chains attingerà di certo dal glorioso passato musicale di Facelift (1990), Dirt (1992) e l'album omonimo (1995), non mancheranno le sonorità dagli ultimi due album realizzati dopo l'arrivo del neo-cantante ex-Comes with the Fall: Black Gives Way to Blue (2009) e il recente The Devil Put Dinosaurs Here (2013).


Would, live 2006 by Alice in Chains feat. James Hetfield (Metallica)

Alice in Chains dal vivo
Alice in Chains

venerdì 23 maggio 2014

Pearl Jam, Live on Two Friends

la rock band americana Pearl Jam dal vivo
La musica può non bastare. Anche se è quella dei Pearl Jam. E allora amica mia, in attesa del tuo primo concerto, te li racconto io.

di Luca Ferrari

A neanche due anni di distanza da quando iniziai ad ascoltare i Pearl Jam ci siamo incontrati. Diciotto anni dopo ancora ci vediamo. Potrei dire anzi che ci frequentiamo più adesso che una volta. Potrei dire lo stesso della loro musica. A breve li vedremo insieme. So che non ne sai molto, ed è per questo che ho aperto le mie parole alla tua lettura. Insieme alle canzoni già passate, qui c'è tutto ciò che devi sapere.

Dopo più di vent'anni di carriera i Pearl Jam sono ancora “the people's band”, il gruppo della gente (popolo). Basterebbe forse questa frase, letta sul Guardian nel giugno 2011 in occasione di un concerto della rock band di Seattle in quel di Londra, ad Hyde Park, per spiegare che cosa siano. Per mettere a fuoco la loro inscindibile storia di normalità, amplificatori e poesia.

No amica, non starò qui a elencare quanti anni hanno, come è nata la band, etc. Per tutte le informazioni, ti rimando sito ufficiale italiano Pearl Jam Online. Io sono qui per dirti qualcosa di personale, che poi verificherai tu di persona, a Trieste, in una (sono certo) epica domenica di tardo giugno. Vedrai migliaia di fan cresciuti dentro la loro musica. Ancora desiderosi di condividere il loro-proprio mondo emozionale.

Una canzone-video su tutti riassume la prima fase dei Pearl Jam, ed è Jeremy. Scritta d'istinto (rabbioso) dal cantante Eddie Vedder alla notizia di un ragazzo che sfiancato dall'indifferenza familiare e oppressione umano-scolastica, entrò nella propria classe in un tragico giorno di gennaio, si puntò la pistola alla tempia e premette il grilletto, mettendo così fine alla sua giovane vita. Per conoscere i Pearl Jam e le loro battaglie umano-sociali non si può non partire da qui.

Tra il 1992 e il 1994 escono tre album. Vitalogy è il più complesso. Segna un momento di cambiamento. Kurt Cobain è da poco morto. Dentro Immortality c'è tutta la poetica di Vedder per una persona che sentiva molto vicina a sé. Le parole finali "Some die just to live – Alcuni muoiono per vivere" hanno segnato un'intera generazione, lasciata poi crescere troppo sola e con nessun punto di riferimento.

È la metà degli anni Novanta e il mondo della musica viene disintegrato dalla sempre più affossante cultura pop-porno di Mtv. I Pearl Jam vanno per la loro strada. Suonano e basta. Ingaggiano una feroce battaglia contro la potente TicketMaster per far abbassare i prezzi dei biglietti perché loro non hanno dimenticato cosa significa non avere soldi per andare a un concerto. La solidarietà è quasi a zero. In loro soccorso arriva solo Neil Young, in Italia insieme ai Crazy Horse il prossimo lunedì 21 luglio al Collisioni Festival di Barolo (Cn).

I cinque rockers escono un po' malconci dallo scontro ma questo cementa ulteriormente il loro lato combattivo. Per ritrovare un video ufficiale bisogna aspettare il 1998 e sarà molto censurato. Mostrano la realtà per quello che è. Immutabile. Cambiata solo nell'apparenza. Se mai ce ne fosse bisogno, il pensiero della band è più chiaro che mai. Impavido, deciso e controcorrente: Do the Evoltion

Si arriva al terzo millennio. I quattro di base sono sempre loro: Eddie (voce, chitarra), Stone Gossard (chitarra ritmica), Jeff Ament (basso) e Mike McCready (chitarra solista). Dopo qualche batterista di troppo cambiato, arriva quello definitivo, che vedrai anche tu. Il suo nome è Matt Cameron, ex-tamburo degli amici Soundgarden (per la cronaca oggi si divide tra entrambe le band, con priorità di tour però data ai PJ).

Sembrano un po' defilati ma è solo un'illusione. I fan crescono di anno in anno. La loro autenticità e coerenza li rendono una mosca bianca nel panorama insieme a esimi colleghi del calibro di R.E.M. e Bruce Springsteen. Nessun effetto speciale. Hanno solo la musica e quella offrono. Nel 2000 succede un tragico incidente durante la loro performance al Festival di Roskilde in Danimarca, nove fan perdono la vita.

È un colpo durissimo ma i Pearl Jam trovano ancora la forza di reagire, e nell'album successivo, Riot Act (2002), onorano la memoria di quei ragazzi in due canzoni: Love Boat Captain e I am Mine. Della prima è a dir poco toccante la quinta strofa, “It's an art to live with pain, mix the light into grey/ Lost 9 friends we'll never know, 2 years ago today/ And if our lives became too long/, Would it add to our regret – È un'arte convivere col dolore/, mischiare la luce nel grigio/ Abbiamo perso nove amici che non conosceremo mai, due anni fa/ E se le nostre vite divenissero troppo lunghe, Ciò accrescerebbe il nostro rammarico?”.

Non solo sentimenti umani in Riot Act. Nel post Torri Gemelle e invasione afgana, i Pearl Jam condannano senza mezzi termini la politica militarista del presidente George W. Bush. La canzone Bu$hleaguer lo spiega bene. A New York i Pearl Jam saranno fischiati dai loro stessi fan nel cantarla. Passano altri anni e la band inizia nuovi tour. Fa impressione constatare come siano più famosi ora degli esordi.

Nel 2011 il regista premio Oscar Cameron Crowe, amico della band fin dagli esordi, li celebra nel film-documentario Pearl Jam Twenty. È un'iniezione incontenibile di emozioni e adrenalina. C'è chi si piazza più di una volta davanti al grande schermo. In quelle oltre due ore di proiezione e canzoni, ognuno vede parte della propria vita passata, presente e futura.

La storia dei Pearl Jam prosegue. E quando te li ritroverai davanti domenica 22 giugno, non avrai la sensazione d'incontrare delle rock star distanti, ma al massimo degli amici che non vedi da un po' di tempo. Degli amici capaci di toccare con corde, tamburi e decibel quella parte nascosta di noi che confidiamo solo a pochi. Quel giorno però saremo tutti insieme. Quel giorno saremo tutti insieme a condividere e raccontare una storia comune.

la rock band americana Pearl Jam
i Pearl Jam dal vivo

giovedì 1 maggio 2014

Caetano Veloso, música do Brasil

il cantautore brasiliano Caetano Veloso
Dopo quattro anni di assenza, torna a esibirsi in Italia venerdì 2 maggio a Padova, il più grande musicista dell'America Latina, il brasiliano Caetano Veloso.

di Luca Ferrari, luca.goestowest@gmail.com
giornalista/fotoreporter – web writer




Venerdì 2 maggio il Gran Teatro Geox di Padova ospita un gigante della musica internazionale: Caetano Veloso. A 70 anni compiuti, non solo è il più straordinario artista dell'America Latina, ma può stare a buon diritto tra i grandi nomi della cultura pop-rock ancora in attività come Bob Dylan, Leonard Cohen, Paul McCartney e Brian Wilson.

Questo non solo per la sua storia (la fondazione del Tropicalismo, i dischi con Arto Lindsay, etc..) ma proprio per la sua produzione più moderna: un'autentica rinascita e reinvenzione come solo pochi riescono a fare. Sul palco, insieme a Veloso, la Banda Cê composta da Pedro Sa (chitarre), Marcello Callado (batteria) e Ricardo Dias Gomes (basso elettrico). 

Prima del concerto, un altro evento a ingresso libero. A partire dalle 18.30, nel foyer del Geox, si terrà, un incontro dedicato a Jobim e alla rivoluzione della Bossa Nova, cui parteciperà anche Caetano Veloso. Al tavolo con lui, Salvatore Solimeno, traduttore ed adattatore di "Antonio Carlos Jobim, una biografia” di Sérgio Cabral, Loris Casadei, editore di CasadeiLibri, Gabriella Casiraghi, presidente dell’associazione culturale Miles, organizzatrice del Padova Jazz Festival e Juliano Peruzy, italo-brasiliano, conduttore radiofonico, produttore discografico ed organizzatore di eventi.

Il motivi per cui  Caetano Veloso ha accettato di buon grado di parlarci di Antonio Carlos Jobim e della sua “rivoluzione dolce”, chiamata bossa nova, sono riportati in suddetta biografia di Jobim, di cui si riporta uno stralcio (pag. 126-127 della biografia) [qui si parla delle reazioni all’uscita nel 1958 di “Chega de saudade”

“(…) La grande rivoluzione fu quella che provocò nelle teste dei giovani e degli adolescenti che da li a qualche anno avrebbero dato vita  ad una delle più fantastiche generazioni di compositori sorte in tutta la storia della musica popolare brasiliana. A Santo Amaro da Purificação , nel Reconcavo Baiano, Caetano Veloso a 16 anni, abbandonò definitivamente il progetto di lavorare nel cinema per darsi alla musica. Fu un impatto a doppia reazione: la prima quando ascoltò Chega de saudade, cantata dalla cantante Marisa Gata Mansa, in un programma della Rádio Mayrink Veiga, la seconda provocata dal disco di  João Gilberto. “Fu il segno più nitido che una canzone abbia mai lasciato nella mia vita” (…) questa canzone, tutti la cantano. Ieri in Santo Amaro [da Purificação, Bahia], oggi, tutti conoscono Chega de saudade. È una canzone inno della musicalità brasiliana. E la musicalità brasiliana è molto importante (…)”.

Il feeling tra la città euganea e il Brasile appare chiaro. Dopo aver dedicato una piccola ma fortunata rassegna sull’incontro fra Brasile ed il jazz, Brasil_Jazz@Crowne,  si appresta a realizzare un “Omaggio a Tom Jobim” nell’ambito  Padova Jazz Festival 2014 (10-16 Novembre) e l’edizione italiana di “Antonio Carlos Jobim, una biografia” di Sergio Cabral, con traduzione ed adattamento di Salvatore Solimeno.

Alegria, Alegria di Cateano Veloso

Cateano Veloso (a sx) - foto Andrea Franco

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